Bulimia: cause e trattamento

Il termine bulimia deriva dal greco, e sta a significare “fame da bue“. Indica quel disturbo del comportamento alimentare che conduce una persona ad ingurgitare una quantità enorme di cibo, salvo poi espellerlo solitamente inducendosi il vomito, o con lassativi e purghe per non metabolizzarlo.

Questa problematica, grave ed insidiosa, colpisce soprattutto donne, e solo in minima parte gli uomini. Solo in Italia ne soffre almeno l’1% della popolazione femminile; l’esordio della malattia si manifesta intorno ai 16 anni, ma non mancano casi di pazienti alle quali è stata diagnosticata nell’infanzia.

Si tratta di una problematica molto grave, non facile da individuare (dato che, al contrario dell’anoressia, le persone che ne sono affette solitamente non perdono notevolmente peso, anzi rimangono abbastanza stabili; inoltre queste persone spesso non rifiutano il cibo, ma si appartano per espellerlo) e neppure da sradicare, dato che le sue radici si impiantano molto profondamente nella psiche del paziente.

La persona bulimica non riesce a controllare i propri comportamenti, né a gestire l’assunzione di cibo, e se ne rende conto ma non riesce a fermarsi.

I tipi di bulimia e le possibili cause del problema

Tradizionalmente si distinguono due tipi di bulimia: quella che spinge il soggetto ad espellere il cibo ingerito, e che viene detta “con condotte di eliminazione“, e quella “senza condotte di eliminazione” per cui il soggetto compensa la mancanza di meccanismi quali il vomito o i lassativi con intense sessioni d’attività fisica o digiuno prolungato.

Ci si interroga puntualmente sulle cause della bulimia: si ritiene che a scatenare il disturbo siano differenti fenomeni che interagiscono, quali per esempio la cultura (è più facile che, in una cultura che esalta la magrezza come ideale di bellezza, ci si orienti verso questo disturbo), il contesto familiare (per esempio, la madre della paziente che soffre di bulimia), forti traumi o situazioni stressanti, la personalità del soggetto e la sua psicologia, e infine fattori biologici ed ereditari.

L’importanza di un aiuto: la figura dello psicologo

La bulimia è un disturbo che colpisce e si manifesta nel fisico, ma che attecchisce a livello psicologico.

Quali che siano le cause che contribuiscono a scatenarla, il primo modo di aiutare il soggetto che ne soffre è cercare di instaurare un dialogo con uno psicologo che cerchi di comprendere la sua sensazione riguardo alla malattia e il perché di un determinato comportamento.

Può essere un’operazione difficile quella di scavare dentro una persona che, come accade talvolta, nega di essere malata o non riesce a capire i propri atteggiamenti; ma è indispensabile farlo perché per guarire dalla bulimia non ci si può fermare a ripristinare una situazione ottimale a livello fisiologico.

La mente deve guarire assieme al fisico: per questo l’approccio ideale a questo problema consiste nella presenza di un’equipé di nutrizionisti e psicologi.

Alla base della bulimia, o successivamente al suo manifestarsi, può verificarsi una forma di depressione e di svilimento della propria autostima.

La terapia cognitivo-comportamentale aiuta il paziente a comprendere quale ruolo fondamentale abbia la nostra mente nell’influenzare e dirigere le proprie azioni ed emozioni; in alcuni casi essa si è dimostrata molto efficace nei soggetti bulimici, poiché può arrivare a modificare anche le abitudini alimentari e a controllarle.
Il primo passo consiste nel fermare il circolo vizioso “abbuffata-vomito” e quindi a proporre attività alternative all‘ingurgitare cibo, monitorando il percorso fino alla cessazione della malattia.

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