A VERY SPECIAL BENTO, UN SABATO JAP CHIC

Credo di essermi sciupata ultimamente, deve essere per questo che mi invitano a magnà. Comunque, leggenda vuole che il cibo giapponese sia light e skinny e dato che sono meridionale, a queste cose ci credo. Tutto questo preambolo per dire che sabato scorso ho accettato con immensa gioia l’invito a pranzo da Bento. Che è, è vero, il nome delle graziose scatoline a scomparti dentro le quali il popolo giapponese dispone il pasto, ma anche quello di uno dei ristoranti jap più belli di Milano. Ovvio che, dato il mio amore per questo tipo di cucina, ne fossi più che incuriosita. Il locale mi ha entusiasmato subito: frutto di un accurato restyling, ha un fascino minimal chic ma lontano dalla freddezza pretenziosa di certi posti molto milanese style, che in genere mi mette a disagio. Saranno i lampadari avvolgenti, saranno gli origami surreali che spuntano a sorpresa a cascata dalle pareti, saranno i dettagli in legno e le luci calde, sarà il personale più che gentile, fatto sta che, pur essendo immersa in un allure chiaramente chic, mi sono sentita subito bene accolta. Riscaldata da un primo bicchiere di ottimo prosecco (c’è rigorosamente da aprire una parentesi sulla cantina, composta da ben 200 vini amorevolmente selezionati dal sommelier Tunde Pecsvari), mi sono predisposta ad assaporare quello che già nel preludio si annunciava come un’esperienza di gusto. Il restyling, infatti, ha toccato non solo l’architettura, ma anche il menu. Ora, io non sono una critica gastronomica, ma occhi e palato mi funzionano più che bene. Ed entrambi sono rimasti estasiati dal susseguirsi di portate: gunkan e nigiri che spaziano dal gambero di Mazara al tartufo, dal foie gras alla ventresca di tonno, ingredienti pregiati, insoliti per il “solito” giapponese ma non stonati, accostamenti non scontati ma nemmeno aggressivi. Insomma, tutto, nei piatti, colpisce per la fantasia ma sa di equilibrio. Sofisticato, senza forzature, non so se mi sono spiegata. Il mio preferito è stato senza dubbio la Sa-Viche: una tartare di salmone, branzino, gambero, capasanta, avocado e pomodorini marinato con lime e coriandolo che se ci penso mi viene male (in questo momento, tipo, ne vorrei tre). Vogliamo parlare della polpettina (ora i veri food blogger mi massacreranno, lo so ma a me quello sembrava, che carina) di astice con mouse di avocado e meringa salata, resa flambée sotto i nostri estasiati occhi? Parliamone. O del polpo a lenta cottura, un piatto che sembra un’opera d’arte, un mosaico dai colori pastello? Non parliamone più, provatelo, che fate prima. Last but not least, il proprietario, lo squisito Antonio Scognamiglio, come suggerisce il nome stesso, è napoletano. Marito, un tuo compatriota. Quando mi ci riporti a cena?

Ida Loose Cannon Papandrea

Una che ogni tanto deve chiedere alla sua ombra di farle un po’ di spazio. Irrazionale, impulsiva, irriverente e in costante lotta con l’altro lato dello specchio. In questo mondo fa la giornalista freelance e la stylist, nell’altro crea costumi per bambini (e ci attacca anche i bottoni). Non può fare a meno dei viaggi, in particolare quelli mentali. Crede alle favole, ai film di Tim Burton, ai videoclip, ai colpi di culo e a quelli di fulmine: col suo ci ha fatto una figlia. Scusa, hai detto figlia?!

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